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TOKIO (ND) DECADENCE

  • alessandroonorato0
  • 18 ore fa
  • Tempo di lettura: 8 min

 

Le cose si mettevano male.

Il mio agente, sempre utilissimo quando c’è da chiedere dove andare a cena in un posto che non si conosce o a dispensare consigli in fatto di sigari caraibici, centroamericani o sudamericani, ma purtroppo strenuamente convinto che trovarmi un lavoro fosse contro la sua etica professionale, non rispondeva alle telefonate ormai da settimane e la cassa piangeva. L’ultima proposta che mi era arrivata era vecchia di due mesi, non era stato trovato l’accordo economico e da allora avevo sostanzialmente passato le giornate a guardare film d’azione di Hong Kong di qualche anno fa: il periodo della Golden Harvest, con i primi Bruce Lee e Jackie Chan. Molto rilevante per incrementare la mia specifica conoscenza di quella nicchia pop, ma non molto per risollevare le mie finanze.

Barbie semplicemente non tollerava la mia presenza sul divano. Diceva che voleva rincorrere la vita mentre io aspettavo che la vita bussasse alla porta. All’inizio non ci davo troppo peso. Non voglio dire che avessi iniziato a dare la sua presenza per scontata, però alla fine il troppo periodo senza lavoro aveva fatto emergere la parte peggiore di me: quella pigra.

Non avevo nemmeno voglia di raggiungere il Den Tella’s per ubriacarmi con Reebo, preferivo semplicemente ciucciare i miei scotch sul divano di casa davanti a Hiroshima 28 di Kong Lung, grattando la pancia di Salsìsc, il quale era stato da me addestrato a farsi la passeggiata esterna per fare la pipì da solo.

Avevo sottovalutato la capacità di sopportazione di Barbie. Il tredici di marzo, verso le 22.30, se ne viene fuori dicendo che vuole andare a ballare al Naked Oppossum. Le dico che non ne voglio sapere niente. Dice che ci va da sola. Annuisco. Esce. Il giorno dopo ritorna, prende le sue cose e dice che è finita. Io la guardo pensando non sia seria, invece lo è. Prende Salsìsc e se ne va. E mi lascia da solo davanti alla tv. Passo agli anni ’80 con The Killer di John Woo e ad un Balvevnie troppo giovane.

Tre giorni dopo è finito il whisky, e il padrone di casa inizia a lamentarsi del ritardo sull’affitto dell’appartamento che sta iniziando a crearsi.

Qualcosa andrà fatto, comincio a pensare.

E in quel momento finalmente la vita bussa, sotto forma di una telefonata di Greek, che mi dice di raggiungerlo al Hippo’s, un diner che sconsiglierei anche ai miei più acerrimi nemici, chiunque essi siano.

L’aria al Hippo’s è sempre quasi irrespirabile, l’unica aria al mondo capace di essere unta d’olio anch’essa, capace di far percepire i 14° reali del mondo come fossero 32°. Pochi tavoli, aria stanca, porzioni generose ma pericolose.

Greek sembra uscito da un film di Tarantino. Giacca di pelle gialla, occhiali Aviator, maglietta bianca e una birra tiepida in mano.

Mi siedo, ordino un hot-dog e una birra, del ghiaccio a parte, qualche irlandese mi maledirà dall’aldilà, ma oggi va così.


-       C’è una roba da fare. –

-       Che genere? –

-       Roba che scotta. –


Parla come in un film. Sorrido.


-       E stai cercando la persona giusta per farla? –


Gli rispondo cercando di fare una faccia alla Clint Eastwood che sembra però quella di Charlie Brown con un ictus.


-       Più o meno. Cerco qualcuno che lo faccia con me. –

-       Cosa? –

-       Portare un furgone da qui a Tokio. –

-       Cazzo Greek, come pensi di arrivare in Giappone con un furgone? –

-       Tokio, North Dakota. –

-       Esiste una Tokio in North Dakota? –

-       Beh, sembra di sì. –

-       Fatico a crederlo. –

-       Beh, io ho ventimila buoni motivi per crederci. Ma possiamo fare a metà. –

-       Cazzo. Non ha molto senso. Cosa dobbiamo portare per farci pagare così tanto? –

-       Fenilacetone. –

-       Che cazzo è? Roba illegale? –

-       Mah… Più o meno. Se lo usi per farci dei pesticidi no. –

-       Oppure? –

-       Oppure lo fai reagire… Tipo con dell’ammoniaca, e ci fai le anfetamine. –

-       Producono anfetamine a Tokio? –

-       Senti, io non ne voglio sapere troppo, per quanto mi riguarda sto portando della roba che qualcuno usa per farci dei pesticidi, che ne pensi? –

-       Beh, speravo qualcosa di meglio, ma se è tutto quello che abbiamo per le mani, ok. –


 Così ci diamo appuntamento per il giorno dopo, ci facciamo una birra al Den Tella’s e partiamo. Il programma di viaggio è semplice: Sacramento, poi si taglia il nord del Nevada, Idaho, Wyoming, Montana, North Dakota. Una rotta che taglia riserve indiane a parchi naturali che potrebbe essere un bel viaggio di famiglia, in teoria. 1750 miglia, pari a 2816,352 chilometri. Più o meno 25 / 30 ore di viaggio consecutive, se non troviamo traffico a Barberino Sacramento.

Si parte alle 12.00 con un po’ di traffico. Greek ha portato i cd ma non producono più furgoni con il lettore cd dal 2015. I cellulari li teniamo spenti per precauzione, così è la radio a farci compagnia. Si parte bene con Bruce Springsteen, poi è la morte radiofonica.

Greek mi racconta un po’ del suo matrimonio, io dei film di Hong Kong.

Fumiamo, almeno il tabacco non ci mancherà. Ci fermiamo a pisciare con vista sulla Tahoe National Forest, poi cerco di dormire un po’ visto che gli darò il cambio alla guida dopo il tramonto.

Mi sveglio che siamo alle cascate di Shoshone. La vista è molto bella, Greek deve aver fatto un piccolo detour per fare una sosta. Non era in programma, ma tant’è. L’acqua da energia, così dicono, io personalmente l’ho assaggiata poche volte.

Greek sta parlando con due ragazze. Eccolo là, bravo lui. Li raggiungo. Vengono dalla Florida, non sono abituate al freddo del nord. Oh, che bello il backpacking. Sì, anche noi amiamo le gite fuori porta. No, non sono mai state a Yellowstone, a Big Sky, e nemmeno a Belgrade, Montana, figurati in Serbia. Ah, hanno del Bourbon. No, non bevo il Bourbon. Sì, lo bevo se c’è solo quello. Eh, certo, le sigarette di plastica fanno schifo in confronto a quelle vere.

Come sempre quando c’è una missione da compiere, troviamo il modo di distrarci.

Così le due backpackers finiscono sul nostro furgone, seduti in quattro in quelli che sono tre posti scarsi, con io che guido con mezza coscia della rossa delle due sopra la mia, che è l’ideale quando trasporti senza alcuna autorizzazione un carico di fenilacetone.

Greek sta raccontando le meraviglie di Yellowstone. Che non capisco bene come rientri nel piano visto che quando ci arriveremo sarà buio, ma non ho molto la testa di seguire le sue strategie. Ciuccio un po’ di vecchio Tennessee che hanno portato e mi ricordo il perché non sia solito berlo: troppo dolce e melenso. Sono un tipo più ruvido io. O almeno da drink più ruvidi.

Chiedo alla rossa di ricordarmi il suo nome. Mi sussurra all’orecchio “Kelly”, che quando lo sussurri all’orecchio ha sempre un suono migliore. Mi pizzica la pancia. Abbasso il finestrino e lascio entrare un po’ d’aria fresca. Girano l’America tra bus e autostop. Forse hanno un decimo dei nostri pensieri e problemi in testa, le invidio per un attimo, poi ripenso al fatto che non sappiamo proprio un cazzo di loro o del resto del mondo e tanto vale soffermarsi solo sulle proprie cose.

L’aria è fresca e il tramonto è rosso. C’è una strana frenesia nell’aria, come se l’adrenalina del nostro lavoro non fosse abbastanza.

Non so se abbiamo tipo un orario massimo di consegna, domani. Non l’ho chiesto a Greek e in linea di massima preferisco seguire il flusso degli eventi. Certo un caffè servirà prima o poi se devo continuare a guidare.

Ma con il buio salta fuori che le ragazze hanno fame. Beh, il Cavalier Greek si offre di sfamarle. Siamo a poche miglia da Belgrade, Montana, certo il mio editore saprà indicarci dove andare a cena. Gli scrivo, così sa che non cerco lavoro e mi richiama di sicuro.

Infatti, va così.

Mi dice di andare al Bar 3 Bar-B-Q, di salutare Jim, di ordinare il pulled pork e di bere la Nunatak Lager e la Bomber Espresso Stout, una birra nera e amara famosa per i dolori di stomaco che può causare nelle ore successive.

Dentro, non c’è nessun Jim, il resto sì.

Ed è quindi una lungosequenza morbida a ritmo country nordico: birra bionda, birra scura, sigaretta, birra bionda, pulled pork, birra scura, sigaretta, borubon, bourbon, birra e bourbon, birra e bourbon finchè il locale non chiude e ci troviamo soli e ubriachi persi e persi e persi e persi nel Montana.

-       Che dite, troviamo un motel? –

Eh sì, rimettiamoci alla guida, qualcosa troveremo, dai.

Greek sostiene di riuscire a farci dormire tutti e quattro per meno di cinquanta dollari. Ci prova per un po’, tanto noi siamo tutti sbronzi e continuiamo a ciucciare il Vecchio Tennessee, infine trova una stanza con due letti singoli che andrebbe bene per due persone ma ce la facciamo bastare.

Ed è quindi una lungosequenza morbida a ritmo country nordico: in fondo non è decadente se non è pazzo e disperato, non è indecente se non è un po’ sporco e immediato, non ne è sbagliato se è così umidamente pieno di vita e di voglia, o forse solo una carezza, un’erezione, un veloce ardere, un veloce morire, un inganno al sapore di malto americano e di orzo da discount… Vive l’amore, muore l’amore, crepa l’amore nei letti dei motel, risorge infinito l’amore sotto una ventola scassata e una macchia di vomito vecchia di settimane sulla moquette. Barbie, mi manchi, ma in questo momento va bene così.

Greek fa una pausa e mi chiede se vogliamo fare a cambio.

Io sospetto una fregatura e dico di no.

No, non è vero, mi piaci tu, piccola.

Anche l’altra mi piace ma stanotte ho occhi solo per te.

Non ho voglia di infilarlo dove l’ha infilato Greek o che Greek si infili dove mi sono appena infilato io.

Borbotta qualcosa, poi si rituffa nella sua branda.

Ed è quindi ancora una lungosequenza stavolta un po’ più frenetica a ritmo rock nordico: in fondo non è decadente se non è pazzo e disperato, non è indecente se non è un po’ sporco e immediato, non ne è sbagliato se è così umidamente pieno di vita e di voglia, o forse solo una carezza, un’erezione, un veloce ardere, un veloce morire, un inganno al sapore di malto americano e di orzo da discount… Vive l’amore, muore l’amore, crepa l’amore nei letti dei motel, risorge infinito l’amore sotto una ventola scassata e una macchia di vomito vecchia di settimane sulla moquette. Barbie, mi manchi, ma in questo momento va bene così.

Rotolo, affogo, perdo le tue dita e cerco un accendino. Forse ti amo ma, stanotte sicuro ma non posso giurare che sia per sempre.

Notti sbagliate, reggiseni rinforzati, sguardi furtivi e tutto che poi si spegne in Greek che esclama:

 

-       Non fumare qui, magari ci arrestano. –

 

La mattina dopo mi sveglio che le ragazze stanno frugando nei vestiti. Kelly ha appena messo il mio portafoglio in tasca, l’altra ha le chiavi del furgone. Mi alzo di scatto, iniziano a scappare. Le inseguo nudo fino al furgone, strappo quelle poche cose che ci hanno preso dalle loro mani e mi faccio mandare al diavolo.

Poi, nudo e contento, saluto con la mano il proprietario del motel, che mi guarda esterrefatto.

Forse arriveremo a Tokio in ritardo.

 
 
 

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