Sabbia e Cenere (parte seconda)
- alessandroonorato0
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Londra, marzo 2020.
Il covid e la pandemia, Londra non era così silenziosa da quando un incendio particolarmente aggressivo non aveva rischiato di farla completamente divorare dalle fiamme. Le giornate sono lente e monotone, Becky sta cercando di insegnare a scrivere a Gerard, che non ne vuole troppo sapere di impegnarsi, con troppa energia non sfogata in corpo.
- Mamma, perché il mio papà è morto? –
Sono quelle domande che tagliano Becky a metà.
- Per proteggere la mamma e te. –
Gerard fissa il foglio pasticciato.
- Però io lo volevo un papà come gli altri bambini. Lui era forte, vero? –
- Fortissimo. –
- Lui sì che l’avrebbe ammazzato al covid. –
Berlino, dicembre 2023.
Julie, la sorellina di Becky, si risveglia dopo una notte di clubbing. Non è festaiola, sta iniziando una carriera come dj. Lavora ancora nei bar per mantenersi. Caffè e plumcake, e si mette al computer. Sta preparando una playlist per la sorella, come di tanto in tanto fa. Pensa di inserirci Javelin di Stufjan Stevens, che è uscita da poco. È un po’ cupa, ma in fondo i suoi gusti sono questi.
So here we stand in the dark
My eyes travelling to the spot where you'd thrown yourself over the rocks
For if you'd not been so fast
There'd be blood in the place where you stood
Edimburgo, agosto 2026
Matilde è in camerino, sta per entrare in scena. È nervosa, ha aspettato per questo momento molto a lungo. C’è abbastanza pubblico, non è sold-out. Qualche critico minore, nessuna stronza del Times. Il testo era nato per essere una denuncia contro alcuni episodi di violenza contro persone lgbt ma si era gradualmente trasformato in una commedia brillante. Scalda la voce, qualche scioglilingua, beve un po’ d’acqua. C’era di figurarsi i tempi comici, e alle risate del pubblico. Pensa a Gerard che la aspetta a casa. Domani lo porta a vedere uno spettacolo adatto ai bambini. Ma in testa ha soprattutto Becky e la sua promessa.
Aleppo, poche ore prima.
Maïténa fa bollire l’acqua. Nonostante i trentotto gradi all’ombra, nessuno si fa problemi a bere un po’ di chai. Si suda meno con il thè che con l’acqua, spiega.
Aleppo non è quella di una volta. È passato quel tempo in cui si diceva di lei che era il posto dove gli ebrei pregano in greco, i greci in arabo, i cattolici in turco e i siriani in arabo. Maïténa sostiene che solo gli armeni parlano sempre la loro lingua, ma a bassa voce per non irritare i turchi. Per le stragi di un secolo fa e per quelle di oggi. Sì, di oggi, non di ieri. La polifonia di Aleppo, con le chiese più piene del mondo, dove Dio era chiamato Allah anche dai cristiani. Un vecchio cronista le chiamava le armate dei fedeli che serravano i ranghi intonando canti di tenebra, canti che si erano incollati alle sue orecchie, perché l’orecchio non dimentica mai, ha una memoria sua, e rievoca suoni che sembravano perduti per sempre. Perché poi c’era stata quella guerra infame. La città era stata ridotta a un cumulo di macerie. Macerie che oggi piccole imprese edili cominciano a sgomberare. Si impasta anche il cemento, ma è ancora poca cosa. Della polifonia di preghiere resta solo qualche lontano eco. Il libro di Isaia diceva che Damasco sarebbe finita come città per diventare un cumulo di rovine ma forse quella sorte era capitata alla seconda città della Siria in maniera più grave.
Il lavoro di Becky non aveva molto a che fare con quello dell’epoca. Nessuna donna che imbracciava mitra, nessuna tuta militare.
È la vita dopo la morte. Fatta di silenzio, sabbia e cenere. Silenzio, soprattutto silenzio. Il silenzio di chi è stato dimenticato.
è tutto così apatico e polveroso. Oltre a essere caldo. Oltre a essere fastidiosamente luminoso. Oltre a essere lento. Eccessivamente lento. Tre ore di controlli all’aeroporto di Damasco. Perché il loro non era un viaggio organizzato da qualche tour operator. Sì, perché a Damasco qualche tour operator, pare incredibile, è tornato. Altre tre ore di controlli ad Aleppo, dopo un volo in aereo che era parso più un viaggio nel tempo che nello spazio.
La troppa luce da fastidio. Becky si chiede se i suoi scatti siano in qualche modo decenti. Guarda nel mirino. Attraverso l'obiettivo, i bambini che rovistano nei calcinacci sembrano un'esercitazione da manuale per studenti del primo anno. Luce cruda, regola dei terzi, pietismo da scalo aeroportuale. Abbassa la macchina. L'insegnamento le aveva avvelenato l'istinto, o forse, semplicemente, non aveva più voglia di estrarre bellezza dalla miseria, di dare in pasto a qualche radical chic annoiato in aeroporto le versioni drammatiche dei suoi bambini cambogiani che giocano nel fiume. Nemmeno può dire che non ha voglia di fare il suo lavoro già che è lì.
Maïténa coglie i turbamenti di Becky.
- Pensi che abbiamo sbagliato a venire ad Aleppo? Con il senno di poi forse era meglio pianificare Erbil o Duhok, coprire un po’ di Kurdistan Iracheno. –
- Non so, amica mia, la verità è che ho dubbi su tutto, come mi è già successo l’ultima volta che sono venuta qui. Voglio dire, all’epoca quella delle donne curde mi sembrava la storia da raccontare. Oggi non lo so più. C’è talmente tanto orrore in giro. Io qua ci ho perso il mio uomo, ma non ho nulla in comune con le vedove con cui ho parlato. –
- Basta sentirsi ancora esseri umani per avere qualcosa in comune con gli altri… Ma non è scontato nemmeno questo. –
- Ma tu come fai? Cioè, perché sei qui e, non, per dire, in Palestina? –
Maïténa si accende una sigaretta. Osserva, non capisce completamente la domanda, ma risponde.
- Perché l’interesse per la Palestina che hanno alcuni in Occidente, qui stuzzica troppi nervi tesi e si mescola a troppe cose. Qui si pensa subito ad Hamas, alla Jihad Islamica Palestinese, che non è differente da quella che era, e che in qualche modo è ancora, quella di qui, si mescola all’antisemitismo e tutta quella forma di senso di colpa occidentale non ha casa qui in Oriente. –
- Sì, ma di fronte agli ospedali, ai bambini e… -
- Lo so. Ma vedi, gli Usa appoggiano Israele, c’è bisogno che ti dica altro? Hai ancora il passaporto britannico mi pare. Mi sembra che Israele non sia esattamente uno stato mediorientale, no? -
Becky la osserva. Ogni tanto si dimentica che l’Armenia non fa proprio parte dell’Occidente. Vorrebbe dirle che Israele è oggi un paese con una deriva identitaria ed etnoreligiosa più vicina a modelli mediorientali che europei, ma decide ti tacere.
- L’Ucraina allora? –
Maïténa espira una grossa boccata di fumo.
- L’Ucraina è stata una sciagura. Erdogan ha potuto tenere tutto l’Occidente per le palle. Per fargli acconsentire l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato gli hanno concesso tutto quello che voleva. Te lo spiego in parole semplici: occupare il Rojava più di quanto non avesse già fatto, massacrare i curdi e così assicurarsi definitivamente la cancellazione del progetto democratico comunalista e femminista che si sono guadagnati sul campo, da Kobane a Raqqa. –
- Sì, lo so che l’occidente ha tradito, non hai bisogno di spiegarlo. –
- In Iraq la situazione è altrettanto grave. Tutto quello per cui abbiamo lottato: il confederalismo democratico, l’autogoverno, la convivenza tra popoli, la parità tra uomini e donne… Sta sparendo. Vuoi che ti parli degli azidi? – Nel dirlo distoglie lo sguardo da Becky, preferendo spostarlo fuori dalla finestra. Spegne un po’ rabbiosamente la sigaretta sul davanzale. - Hanno subito 73 tentativi di genocidio nella storia, e dopo l’ultima avanzata dell’Isis sono passati da essere un popolo di mezzo milione di persone a meno di duecentocinquantamila. Migliaia di donne ridotte in schiavitù, di bambini uccisi… Con la nostra resistenza gli abbiamo dato la possibilità di ricostruirsi una casa. E due accordi messi su senza interpellarli gliel’hanno tolta di nuovo. –
- Ma perché su altre guerre la metti sul piano politico e qua invece la declini sul personale? –
- Pensi che non ne abbia il diritto? Io sono un’Armena, Becky. Noi siamo il rumore di fondo della storia. Esattamente come queste donne curde. E quelle azide. Nessuno fa manifestazioni nelle università per noi. Ma almeno noi un briciolo di terra ancora ce l’abbiamo. Che viene peraltro sminuzzato in continuazione, ti ricordi di tre anni fa? La dissoluzione della repubblica dell'Artsakh e l'esodo di oltre 120.000 armeni? Cenere nella storia… -
Becky non sapeva cosa ribattere.
- Comunque, guarda che in Occidente se difendi la causa palestinese non è che tu sia proprio accolto a braccia aperte nelle redazioni, eh? E parlo di quello che succede ai civili, di ventimila minori morti, non di Hamas… -
- Il mio interesse per quello che succede lì e solo geopolitico, tutto qui. Quando passi troppo tempo in questo posto insopportabile vedi solo le conseguenze che ti arrivano qui. Vale a Kiev, come vale a Gaza. –
Era inutile insistere. Becky guarda una foto del suo piccolo Gerard nel telefono. Manda un breve messaggio a Matilda. “Sto bene. Tanta merda per stasera. Dai un bacio a Gerard.”
Maïténa si alza, poi va al computer. Lo porta davanti a Becky.
- Ho catalogato giorni e giorni di materiali girati in questi anni da cameramen, telefonini, da qualsiasi cosa. E ho trovato questo. -
Apre una cartella, poi un'altra, poi un’altra ancora, infine seleziona un video. Sembra esitare a farlo partire. Respira profondamente, poi si siede vicino a lei.
È Gerard, il suo Gerard. È ad Aleppo, dev’essere stato girato dopo che lei se n’è andata. Sta sparando da una finestra. Poi si abbassa. Posa il mitra. Prende il suo telefono e la sua macchina fotografica e le mette nel suo zaino. Striscia fino all’altro lato della cameretta. È la cameretta di due bambini, o meglio, lo era. Lascia il suo zaino a una ragazzina che è nella sua stessa stanza. La accarezza. Poi torna alla finestra.
Gli occhi di Becky si riempiono di lacrime.
Maïténa le concede un po’ di tempo. Le avvicina il thè, ma non viene bevuto. Si asciuga il viso con la maglietta.
Non c’è neanche un alito di vento, e l’unico rumore è quello della ventola che non fa altro che spostare aria calda.
- Ne hai altri? –
- No, mi dispiace. –
- Non sembra nemmeno lui a vederlo così. –
- Beh, sicuramente i tuoi ricordi migliori con lui sono in vesti diverse. -
- I ragazzini… Chi sono? Cosa vuol dire questo… -
- Due ragazzini. Probabilmente curdi, ma non lo sappiamo. Sono stati cresciuti sotto l’Isis, poi a vagare tra i campi di sfollati. Mi sono imbattuta in questo materiale per caso. –
Becky si asciuga gli occhi.
- Hai recuperato le cose di Gerard? –
- No, non ho mai avuto modo di incontrarli, quei due. –
- Dovrei parlarci. –
- Davvero non credo sia possibile ritrovare le cose di Gerard, poi a che scopo? –
- Ci sono le foto, i video… -
- L’Isis avrà distrutto tutto. –
- Magari le hanno nascoste. Qua ad Aleppo. –
- Amica mia, non ti mostrato questo video per coinvolgerti in una missione di ricerca. Mi sembrava giusto che lo sapessi tutto qui. –
- Fammi parlare con loro, ti prego. -
- Becky… Stanno ad Al-Hawl. L’inferno sulla terra. –
Gerard e Kenny osservano la scena dall’alto. Gerard chiude gli occhi, come se una delle sue vecchie fitte allo stomaco fosse tornata a fargli visita dopo la morte. Kenny sostiene che il caldo siriano è peggio di quello infernale, e ha ragione. Gerard si ricorda improvvisamente cosa vuol dire provare un’emozione.
- No… Al-Hawl no… -



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