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Dresda

  • alessandroonorato0
  • 10 ore fa
  • Tempo di lettura: 8 min


Arriviamo a Tokio (ND) in ritardo.

Greek prova a spiegare qualcosa, ma non tira una bella aria. Si respira tensione.

Il tipo mi guarda, io lo guardo, lui mi guarda, io lo guardo, lui mi guarda, io lo guardo.

-           Beh, ci fidanziamo? –

-          Dov’è la roba? –

-          Eccola. –

Greek apre il baule e inizia a passargli la roba.

-          I soldi? –

-          Parlate con il capo. –

Sudo. Ho un po’ di tachicardia. Non è paura, è la bevuta della notte precedente. La mancanza di sonno. La pressione alta.

-          Beh? –

-          é di sopra. Ma aspettate che finiamo di pesare il tutto prima di salire. –

-          Che non ti fidi? –

-          Chi si fida e sbaglia muore ammazzato. –

Volevo essere tipo il Kerouac della mia generazione. Invece mi sembra di interpretare il Bufalo in una versione di Romanzo Criminale made in USA. No, il paragone non regge molto ma non sto un granché bene e anche i pensieri sono un po’ confusi.

Mi siedo sul marciapiede, mi accendo una Marlboro e lascio che il gioco riparta. Con la nicotina è così: si riparte piano piano finché non si riprende il ritmo. Come con altre cose. La pressione vaga su numeri impropri, ho sete, la luce è troppo forte.

Greek resta in piedi, e vigila sui vigilanti. Si vede che è uno tosto, il Greek. Ieri ha guidato, bevuto, scopato, tutte e tre le cose a ritmo di toro, e sta ancora sulle sue gambe. A me sembra invece di avere due tronchi spezzati.

 

Well, I guess he forgot about the Smoky Mountain rain

Them old Hank tunes, the Memphis blues we used to sing

He always loved "Amarillo by Morning"

I should've taken that as a warnin'

 

Beh, non diresti che a questa gente possa piacere la musica di Ella Langley ma siamo sempre in tempo a scoprire cose nuove. Infatti, il tipo alza un po’ il volume della radio quando passa “Choosing Texas”. 

Uno scarafaggio si avvicina incuriosito al mio stivale. Non ho una gran voglia di schiacciarlo ma nemmeno di vederlo camminarmi addosso. Chissà, magari è Gregor Samsa, detto Greg, per gli amici. Ah, no, mi pare che alla fine sia tornato essere umano. Sì, era tornato umano. Non per Kafka ma per Murakami sì. Anche per Karl Brand ma per lui poi non finiva per innamorarsi di una ragazza gobba. In fondo i giapponesi hanno gusti particolari, non li capiresti.

In ogni caso, lo scarafaggio drizza un po’ le antenne, muove le zampette, poi si allontana tornando alle sue vicende. Chissà se nella clinica di The Lobster qualcuno avrebbe mai scelto di trasformarsi in scarafaggio. Sapete, quella clinica dove eri costretto ad innamorarti di qualcuno oppure finivi trasformato in un animale a tua scelta. Facile scegliere cane, o gatto, o aragosta. Difficile scegliere lo scarafaggio, nonostante una vaga somiglianza con l’aragosta. In realtà ci potrebbero essere dei risvolti positivi, anche se ovviamente dipende un po’ quale tipologia di scarafaggio scegli, c’è una profonda differenza tra trasformarti in uno della famiglia delle Blattellidae o delle Cryptocercidae, figuriamoci in uno delle Nocticolidae.

Per esempio, puoi mangiare un po’ di tutto. Sei un onnivoro, hai anche una tolleranza agli zuccheri superiore agli esseri umani. Puoi lasciarti andare al cannibalismo senza risvolti sociali negativi. Avresti comunque una riproduzione tradizionalmente sessuata. Senza contare che avresti dato il nome a uno dei più importanti gruppi musicali della storia. We all live in a yellow submarine! Fuckin’ scarafaggi.

I pensieri si sciolgono nel sudore. Il conteggio è finito, è tutto a posto, possiamo andare.

Poi il tipo mi passa i soldi e mi fa:

-          Scusa, tu sei…? –

-          Sì, sono io. –

-          Il capo vuole vederti. –

-          È un fan delle mie opere teatrali o un mio ex studente? –

-          No… No… Vieni? –

Io comunque dico che sono io anche quando non sono io.

Poi vi spiego.

Interno. Mattina. Magazzino. Scale. Ufficio. Segretaria particolare con unghie molto lunghe, labbra rifatte, tette spaziali.

Mi siedo.

La tipa mi guarda, io la guardo, lei mi guarda, io la guardo, lei mi guarda, io la guardo.

-              Beh, ci fidanziamo? –

- Vuoi un caffè? –

- Sì, grazie. –

Si alza, va alla macchinetta. Gira una chiave, preme. Esce il caffè.

-          Zucchero? –

-          No, grazie. –

Me lo allunga.

-          Sono due dollari. –

La tipa mi guarda, io la guardo, lei mi guarda, io la guardo, lei mi guarda, io la guardo.

-          Hai da cambiare una banconota da cento? –

-          Capito va. Offre la ditta. -

Chiedo io tirando fuori una delle mazzette che ci hanno allungato. La mia metà del compenso: diecimila dollari. In effetti quando pensi a queste cifre in contanti pensi sempre a grandi valigette. In realtà sono solo 100 banconote da 100 dollari. “Solo” è un modo di dire ovviamente. Ma nel senso, sono due piccole mazzette da 50 banconote.

Penso che una volta gli euro andavano più di moda dei dollari perché le mazzette di banconote da 500 euro erano molto più comode da trasportare.

Poi, appunto per questo, le hanno bandite.

In attesa del boss, facciamo due rapidi conti.

Metti che devi trasportare un milione di dollari.

Una banconota pesa un grammo (se è nuova di zecca intendendo di zecca in tutti i sensi). Te ne servono diecimila. Vuol dire dieci chili di banconote. Che ti occupano un sacco di spazio.

Nello specifico:

Ogni singola banconota americana (indipendentemente dal valore) ha queste dimensioni standard: Larghezza: 15,6 cm, Altezza: 6,63 cm, Spessore: circa 0,011 cm) Moltiplicando lo spessore di una banconota per 10.000, otteniamo un'altezza teorica della pila di circa un metro e dieci. Moltiplicando i tre lati della arriviamo a un volume totale di circa 11.377 centimetri cubi, che equivalgono a poco più di 11,3 litri.

Il tutto se sono nuove di zecca, sennò il volume ti raddoppia in un attimo.

Non lo so perché sono bravo nei conti, in realtà l’ho chiesto all’intelligenza artificiale. Che ora sospetta che io sia un narcos. Aspe, in qualche modo…

Facciamo lo stesso gioco con gli euro.

Metti che devi trasportare un milione di euro.

Una singola banconota da 500 euro pesa 1,12 grammi. Per fare un milione di euro servono 2.000 banconote). Quindi il tutto pesa poco più di due chili. Robetta. Facendo lo stesso calcolo sul volume il risultato non cambia, poco meno di tre litri se le banconote sono nuove.

Non lo so perché sono bravo nei conti, in realtà l’ho chiesto all’intelligenza artificiale. Che ora sospetta che io sia un narcos. Aspe, in qualche modo…

Comunque, non sono scenari che ti capitano tutti i giorni.

La tipa mi fa entrare. Arriva il boss. Lo conosco. È Dresda.

Anni fa gli scrivevo le lettere come se fossi il suo legale, anche se non avevo studiato legge. A lui piacevano queste dinamiche qua. Siamo sempre stati in buoni rapporti ma mai più rivisti.

Dai diciamoci qualcosa.Qualunque cosa anche una cosa stupida.

Il più il meno.

Due vecchi amici dieci anni più tardi. Uno ha messo su una banda, poi un’altra, poi un’altra, finché non è rimasto solo. Io ho continuato a correre e sbattermi da solo senza trovare niente se non macinare chilometri di strada di vita di idee e delusioni.

Ora ci riguardiamo negli occhi, io ho qualche ruga, lui la barba un po’ bianca. Ho visto i suoi esordi. Creare il gruppo. La banda. Voler conquistare il mondo tutti insieme. Poi non l’ho più visto, ma so che le cose sono andate diversamente.

-          Ti manca, la banda? –

Ci pensa su.

-          No. –

Forse mente. Poi ci pensa su di nuovo.

-          Mi manca qualcuno della banda. –

-          Lo so. –

-          Che fine hanno fatto? -

-          Uno s’è ammazzato, uno l’hanno ammazzato, l’altra è una vecchia troia alcolizzata, l’altra ancora sta con uno scemo. –

-          E lei? –

-          Beh, lei è sparita. La vedo ogni tanto su qualche rivista. Eravamo sempre innamorati quando si facevano le due di notte ma quei gin tonic non erano acqua santa. –

-          Me lo dicevi mille, Mille, mille volte ma poi... Fanno sempre così. –

-Gli occhi azzurri come due gin tonic.-

-Il gin tonic non è azzurro.-

-          Vuoi bere qualcosa? –

-          Sono in hangover. –

-          Appunto. Anche io. –

mi guarda, io lo guardo, lui mi guarda, io lo guardo, lui mi guarda, io lo guardo.

-       Beh, ci fidanziamo? –

Apre due birre. Eh sì, è così che si riparte, da sempre e per sempre, allelujah e arrivederci.

-          Ti manca, la banda? – Ci riprovo.

-          Quale banda? L’originale, il buon remake, i brutti spinoff, i tragici sequel? –

-          Lo sai quale. -

-          Sì, chiaro. Ma è andata come è andata. Errori miei, forse. –

-          Beh, sì, anche io ho una buona tendenza a mandare a puttane le cose. -

-          Come va il lavoro? – Mi chiede.

-          Non ne ho uno. –

-          Ah, già, sennò non saresti qui. –

-          Hai qualcosa per me? –

-          No, ora ho il legale interno, sai com’è, alla fine mi hanno spinto a prendere un consulente legale vero… -

-          Un consulente legale per la tua attività. –

-          Eh, certo, come tutte le ditte che si rispettino. –

-          Chiaro.  Vieni, seguimi sul tetto. –

Saliamo le scale. Dal tetto si vede la periferia della piccola Tokio (ND). Cioè la periferia del nulla, ma quest’è. Tralicci dell’alta tensione che attraversano il verde per raggiungere il suo capannone. Un paio di furgoni nel piazzale, qualche auto. Lui mi indica il Devil’s lake. Oltre le colline c’è la capitale, Minnewaukan, mi spiega. Ma Tokio è l’unica area non incorporata della contea. Meglio così, dice.

È più fresco che da noi. Si respira bene. Se la godevano i pellerossa qua, prima che arrivassimo noi a giocare con il Fenilacetone.

-          Non ti ho mai chiesto una cosa. –

-          Cioè? –

-          Perché ti fai chiamare Dresda? –

Si accende una sigaretta. Lo imito.

-          Perché nel 1945 gli americani la rasero al suolo senza obbiettivi militari specifici, facendo una strage di civili. –

-          E quindi? –

-          Bisogna essere epici quando si è tragici. –

-          Ma perché la tua deve essere una figura tragica? Non è necessario… -

-          Non è necessario cosa? Rinunciare al lieto fine?  -

-          Esatto… -

-          L’hai fatto anche tu. –

-          Ma ho ragione… -

-          No, caro mio, ti sbagli… Siamo prigionieri delle nostre teste, non il contrario… -

-          E allora? È tutto inutile? –

-          Perlopiù… Ma almeno c’è il brivido mentre si corre. –

-          Bevo un sorso di birra. È gelata, un colpo secco che per un istante spegne la tachicardia e i rimasugli dell'hangover. -

-          Il brivido… A me sembra di non avere più fiato. -

Dresda fa un mezzo sorriso. Butta il mozzicone oltre il cornicione, giù verso il piazzale.

-          Se vuoi ti mando in Florida. Una casa da sistemare, lavoro pulito. In tutti i sensi. –

-          Meglio di niente. Mi porto Geek? –

-          È un lavoro per uno. Fatti dare una macchina. –

-          Grazie. -

È un sussurro il mio. Lo guardo un’altra volta, forse l’ultima. Non aggiungiamo altro. Due vecchi amici, dieci anni dopo, che si sono detti tutto quello che c'era da dire sulla tragedia, sulle bande sfasciate e sulle teste di cui siamo prigionieri. Lui è diventato un gigante. Un boss. Chissà, forse rinuncerebbe a tutto per un abbraccio. Gli do una mezza pacca sulla spalla e riprendo le scale.

Riappare l'ufficio. La segretaria particolare è ancora lì, intatta, con le sue unghie molto lunghe e le labbra rifatte. E soprattutto le tette epiche.

Mi guarda, io la guardo, lei mi guarda, io la guardo. Stavolta, non le chiedo se ci fidanziamo. Le faccio un cenno ed esco.

Torno giù nel magazzino. Greek è esattamente dove l'avevo lasciato.

-          Tutto ok? –

-          Sì, ma me ne vado in Florida. Ho un lavoro nuovo. –

-          Dicono che un tempo gli scrivevi le lettere. -

-          Ormai ha un vero consulente legale per la ditta. -

Saluto Geek. Salgo in macchina con un uomo di Dresda, che mi spiegherà tutto lungo la strada. La luce è ancora troppo forte per i miei gusti, ma Tokio (ND) dal finestrino sembra già un miraggio, un'area non incorporata pronta a sparire dalla mappa. Oltre le colline, in direzione del Devil's lake e di Minnewaukan, l'aria trema. Mi tasto l'interno della giacca. Sento la consistenza delle mie due mazzette da cinquanta banconote. Diecimila dollari. Cento grammi spaccati di carta nuova di zecca. Non prenderanno certo 11,3 litri di volume, ma pesano. Pesano come la solitudine di Dresda, come l'odore del Fenilacetone nell'aria, come il ricordo di quella della banda che è sparita e non torna più. Abbasso il finestrino, accendo un'altra Marlboro per riprendere il ritmo e mi metto comodo. Sperando di non incrociare un altro scarafaggio, a meno che non suoni il basso in un sottomarino giallo. Avanti ancora un giorno.

 

 

 

 

 
 
 

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