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Sabbia e Cenere (parte prima)

  • alessandroonorato0
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 8 min

Edimburgo, luglio 2026.


Lenzuola di lino coprono appena due corpi femminili sdraiati nel letto. La finestra è aperta e lascia passare un filo d’aria levantina, che a Leith chiamano Haar, portatore di fresco, spesso di nebbia, in contrasto con le ultime estati che in Scozia sono state piuttosto calde. A volte è nebbia così fitta e umida che rende la zona portuale di Edimburgo fredda persino in estate, ma senza la forza di riuscire a risalire la città verso il suo cuore, verso il castello o Arthur’s Seat. La capitale scozzese si sta preparando al festival, come tutti gli anni in quel periodo, e c’è un senso di eccitazione nell’aria. Il profumo di brioches calde appena sfornate si mescola a quello degli scarichi di pescato del porto, agli effluvi delle distillerie di whisky e di gin della zona, a quello delle rose e della lavanda, che a quelle latitudini hanno fioriture più tardive che altrove.


Becky si alza, non per i rumori della città che si risveglia, non per l’aria fresca o i profumi, ma per abitudine, dopo essersi svegliata alle 6.30 per tutto l’anno per portare Gerard a scuola non riesce più a dormire la mattina nemmeno nel fine settimana o durante le vacanze estive; quindi, scende a preparare la colazione per tutti, come sempre.

È nella routine che ha ricostruito la sua esistenza. Orari fissi, feste programmate, regole precise. Pasti principalmente proteici, carne due volte la settimana, pesce altrettante. Alcolici, con moderazione, il venerdì e la domenica. Quattro allenamenti settimanali: due di cardio, due di pesi.

Si sciacqua il viso allo specchio. Ha quasi quarant’anni. Un buon posto di lavoro come insegnante di fotografia, non la renderà ricca ma le piace e la gratifica. Ovviamente con la consapevolezza di aver deciso di smettere di fare la fotografa freelance in maniera completamente indipendente. Si giudica come una buona madre, una di quelle presenti, ed è difficile darle torto. Suo figlio, Gerard, è bellissimo, e dicono tutti essere un bambino in gamba. Vuole giocare a calcio nel Celtic, da grande. E dice che sceglierà la nazionale scozzese e non quella inglese.

Un cucchiaio di burro finisce nella padella, seguito da sei uova e un bicchiere di latte intero. Le strapazza in meno di due minuti. Copre. Prepara la moka, all’italiana, è per sei persone ma lei e Matilde la finiscono sempre.

Già, Matilde.

Quattro anni di relazione. Una buona compagna, un’amica, una partner. Anni prima era un elemento destabilizzante della sua vita, poi era diventata la sua ancora. Dopo la morte del suo compagno. In quegli anni in cui si sentiva in colpa ogni volta che si prendeva un momento per sé invece che dedicare ogni istante a suo figlio. In quegli anni in cui si sentiva in colpa per aver proposto a… Gerard… Sì, Gerard, il padre di suo figlio a cui aveva dato lo stesso nome, come se quegli occhi e quei capelli ricci non glielo ricordassero in ogni istante; di aver proposto a Gerard di andare in Siria. In quegli anni in cui si sentiva in colpa ogni volta che decideva di dare attenzioni, abbracciare, baciare o passare una notte con un altro uomo. Matilde era lì, la sua unica roccia a cui aggrapparsi.

Scende a prendere il pane e il The Scotsman e torna in casa in meno di due minuti.

Il suo orologio mentale le dice con precisione che il tempo nel quale leggerà quello che le interessa accompagnato da un paio di tazzine di caffè è quello di sonno in più che serve a Matilde prima di alzarsi e raggiungerla, seguita poco dopo da Gerard, a cui in quel periodo è concesso di fare colazione davanti a Horrible Stories, sketch animati per bambini in cui raccontano la storia in maniera piuttosto irriverente.

E infatti il copione è corretto.

Matilde la raggiunge, la t-shirt bianca la copre quasi fino alle ginocchia. È bellissima ora che si è tagliata i capelli corti. La bacia, si versa il caffè, prende la sua parte di uova e si siede vicino a lei.

-     Che dicono? –

-     Burnham ha intenzione di fare un bel purge del suo cabinet. –

-     Sai che novità. Andy Warhol disse che un giorno tutti saremmo stati nel cabinet nel Regno Unito per 15 minuti. –

-     Poi i soliti incendi nelle Cairngorms, il mercato del Celtic e dieci spettacoli da non perdere nel Fringe di quest’anno. –

-     C’è anche il mio? –

Becky fa un sorriso amaro, è un no. Vorrebbe dirle che ci sono 3500 spettacoli in programma quest’anno ma sarebbe inutile.

-     Politica estera? –

-     Indovina un po’? Poco e niente. Qualcosa su Israele e Palestina, qualcosina su Russia e Ucraina, persino mezzo articolo su Cina e Taiwan ma… Vabbè, lasciamo perdere, non pretendo niente dallo Scotsman. –

-     Leggi qualcosa di diverso. –

-     Non cambierebbe nulla. -

-     Dai, è assurdo che non si parli di Kurdistan o di Siria da quando hanno cacciato Assad. –

-     È così. Per tutta la stampa è così, per tutti i tg è così, persino per internet è così, quindi è semplicemente così. E sai qual è lo schifo vero? Che se fossimo ancora sul campo, staremmo coprendo la Palestina anche noi. A litigare con le redazioni, a prendere schiaffi per tutte le controindicazioni politiche del caso, ma saremmo laggiù, a rischiare la pelle per l'unica tragedia che il mondo ha deciso di guardare oggi. E staremmo in silenzio sui curdi, in imbarazzo, pur di non sentirci dire che siamo fuori agenda. Invece ci siamo messe al sicuro: io spiego i tempi di posa ai ragazzini per spegnere la coscienza, e tu devi sperare di far ridere abbastanza turisti da strapparti cinque stelle sul Times... -

-     Perché sei così cattiva con me? –

Si guardano un momento in silenzio. Gerard esce piano piano da camera sua. Va ad abbracciare sua mamma, poi Matilde, poi prende la sua colazione e si sposta davanti alla televisione.

-     Scusami, non volevo… -

-     Non importa, stai tranquilla. Non roviniamoci la giornata. –

-     Già. Ti restano pochi giorni di prove prima del tuo ritorno al Fringe… -

-     Becky? –

-     Sì? –

-     C’è qualcosa che mi stai nascondendo, vero? –

Silenzio. Il cartone in televisione mostra dei cittadini nel medioevo che fanno la cacca direttamente in dei buchi nelle torri, facendola volare per parecchi metri e finire in una latrina. Gerard ride, e mangia le sue uova.

-     Ti ricordi di Maïténa? –

-     Sì. La ragazza armena che avevi conosciuto a Kobane. –

-     È qui. Più tardi la vedo. –

 

La sera arriva tardi verso il parco di Greyfriars. Il pub è pieno di gente, un po’ di turisti, un po’ di locali, mescolati in maniera piuttosto omogenea. Da un lato, la chiesa del 1500 e il suo cimitero, dall’altra, la piccola statua di Bobbie, uno dei terrier più famosi del mondo, noto per la sua lealtà al padrone. Matilde sta bevendo una Guinness con i suoi compagni d’avventura teatrali. Non è la sua compagnia storica, quella si è sciolta da anni. Erano una banda quasi di hippie, nel senso che due di loro lo erano in modo autentico, gli altri si erano un po’ aggregati. Da ragazzi passavano di festival in festival, partivano da Londra per fare un po’ di provincia: Bath, Colchester, Durham… Poi le isole, soprattutto quella di Wight, la loro preferita. Recitavano, suonavano, facevano i tecnici negli spettacoli degli altri teatranti più ricchi per mantenersi, visto che gli incassi non bastavano mai, il tutto per arrivare ad agosto a Edimburgo a cercare di sfondare. Ed era un po’ come tornare a casa, al punto tale che anni dopo c’era andata a vivere. La compagnia, invece, si era sciolta: uno di loro aveva sfondato e ora lavorava in televisione, una era migrata in America in cerca di fortuna, poi aveva mollato lei, troppo presa dall’ambizione di diventare una cronista per proseguire con il teatro. Gli ultimi due erano diventati una coppia, hanno continuato per anni, poi lei si è stufata un po’ di tutto ed è finita a lavorare su una nave di crociera. Lui aveva continuato, girava il Regno Unito con un minivan e proseguiva la sua vita, abbastanza annebbiato dall’erba da riuscire a tirare avanti. Era il suo tecnico luci anche quell’anno, l’anno del suo ritorno, più per tenere in vita una sorta di ricordo di giovinezza che altro. Ma non era con lei stasera, perché aveva le prove di un altro spettacolo, come tanti altri tecnici. A bere con lei c’erano il suo compagno di palco e il tecnico luci, ma la sua testa era tutta su Becky, nervosa per l’incontro con Maïténa, che chissà cosa poteva metterle in testa. Sì, d’accordo, era stata lei a spingerla a partire la prima volta, ma aveva saldato il suo debito aiutandola a ricostruire i pezzi della sua vita per quattro anni. Poi cosa ne poteva sapere che sarebbe andata così? La Guinness abbracciava e consolava ma non rispondeva. Di solito giornalisti e fotografi non finiscono in quelle situazioni. Non è così che va il mondo. Non è così che dovrebbe andare il mondo. Non è così…

Becky arriva, non sembra agitata ma nemmeno calma. Matilde saluta i suoi compagni di teatro, le prende una Guinness ed esce a fumare con lei.

-     Allora, com’è andata? –

Becky fa per risponderle ma è Gerard che chiama, quindi risponde. Il cuore di Matilde batte così forte che potrebbe sfondarle il torace.

-     Beh, bene direi, mi ha fatto piacere rivederla. –

-     è sempre così affascinante? –

-     Ma cosa sei diventata gelosa? Che stupida… -

-     Dove vi siete viste? –

-     In George Street, per quello ci ho messo tanto. –

-     Capito. Beh, allora? Perché voleva vederti? –

Becky beve un sorso prendendosi il suo tempo. Non è teatralità, sta pensando come dosare le parole.

-     Sta girando un documentario. –

-     Un documentario? –

-     Sì. Sul Rojava. –

Matilde chiude gli occhi. Una parola che sperava di non sentire.

-     Un documentario. Sul Rojava e su come li abbiamo traditi dopo la guerra. Rivuole le mie foto... quelle di allora. E vuole che torni lì con lei. –

-     No… Becky, no… -

-     La guerra è finita. Non si tratta di fare come dieci anni fa ma di andare nei campi profughi al confine turco-siriano e nel nord dell'Iraq, per fotografare le sopravvissute di Kobane dieci anni dopo. Mostrare come la sabbia abbia coperto la loro lotta. Prima c’era vento e sabbia. Ora solo sabbia e cenere. –

-     Becky, ci hai messo anni a superare quel trauma… -

-     E sai che c’è? Che non ho superato un bel niente! –

Becky diventa completamente rossa. La sua pelle vibra. Poi gli occhi si riempiono di lacrime, e scoppia a piangere. Matilde la abbraccia, come ha fatto troppe volte. Un fardello che avevano sempre condiviso.

-     Hai un figlio Becky. –

-     Non mi succederà niente, non c’è più la guerra. E nella vita non sono solo una madre. –

-     Certo che no, amore mio. –

La bacia.

-     Hai una vita piena di amore. C’è Gerard e ci sono io. Non ti bastiamo? –

-     Io lo so che mi puoi capire se lo vuoi veramente. Devo chiudere il cerchio con questa storia, lo sai, no? –

-     No… Non lo so. –

-     Non posso tenere quelle foto nel cassetto per sempre. Non posso pensare di non aver fatto la mia piccola parte. E non ne posso più di non sapere cosa rispondere a Gerard quando mi fa tutte quelle domande… -

Matilde la stringe forte a sé. Becky fa cadere le braccia, un po’ di birra scura si rovescia a terra, insieme ad un po’ di cenere. Le asciuga le lacrime, le sposta i capelli e le canticchia all’orecchio, riuscendo a strapparle un piccolo sorriso.

-     Hey Jude, don't make it bad.

Take a sad song and make it better.

Remember to let her under your skin.

Then you'll begin to make it better. -

Sopra di loro, dal cielo, il vecchio Gerard si avvicina per sedersi sulle tegole del pub a guardarle. Osserva le lapidi del Greyfriars, che trova belle, più belle del cimitero dov’è sepolto vicino a Lione, per volontà di sua madre. Non che sia brutto eh, ma un po’ troppo moderno. Nel cielo servono anche birra scura, per fortuna, così può far loro un po’ di compagnia. Vorrebbe sussurrare all’orecchio di Matilde che sì, andrà tutto bene, ma non può saperlo né farlo. Così si limita a soffiare verso di loro in maniera improvvisa e farle voltare, così da non farle perdere una stella cadente verso Est, che per loro è Holyrood Park.  In fondo è la notte di San Lorenzo.

 

 

 

 
 
 

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