Sabbia e Cenere - parte III
- alessandroonorato0
- 11 minuti fa
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“è strano lo sai? Il dmt dura solo sei minuti… Ma sembra davvero un’eternità. È la stessa sostanza che rilascia il tuo cervello quando muori: è un po’ come se morire fosse il tuo ultimo viaggio, mi spiego?”
- Enter the Void, Gaspar Noè
VOID
C’era un rombo costante, come se la terra stessa stesse cercando di sputare via i palazzi. Gerard sapeva che non c’era più tempo. C’era una sola auto. Loro erano dieci. Aveva capito subito. Nell’auto ci sarebbero entrate le sei donne. Nonostante la gravità del momento gli passò per un istante nella testa il fatto che probabilmente non avrebbero preso una multa per entrarci in sei. Le sussurra che la ama. Lei non vuole salire, urla, le altre la tirano dentro. Con lui ci sono il turcomanno che chiama simpaticamente Rambo e altri due. Il turcomanno gli fa un cenno, così prende in mano un’arma che gli viene allungata. L’auto parte e corre lontano, una scia di polvere con il sapore della salvezza. Si gira un’ultima volta. Gli uomini vestiti di nero stavano circondando l’ultima casa rimasta in piedi, quella vicino a loro. Il cuore gli batteva a un ritmo innaturale, ma non c’era paura. Solo una strana, lucidissima rassegnazione. Aveva promesso a Becky che sarebbero tornati a casa insieme, che avrebbero avuto una vita normale. Era l’unica promessa che avrebbe mai infranto.
VOID
Un’auto si ferma al sesto posto di blocco lungo la strada numero 4. Bisogna sempre capire chi blocca – è questo il punto centrale – sostiene Maïténa. Se sono agenti del nuovo governo di Damasco, è una rottura di coglioni. Se sono i curdi – ma ormai è difficile che siano i curdi, anche perché le forze siriane democratiche hanno i giorni contati - non ci sono problemi. Se sono i turchi – è un problema. È un problema soprattutto spiegare perché si debba andare in un campo profughi dove sono stanziate principalmente famiglie di ex – combattenti, se così si può dire, dell’Isis. Quindi si dice che si va ad Al Hasaka, che è di strada, ospiti di armeni di conoscenza di Maïténa. I turchi li tengono lì quasi fino al tramonto, devono fare verifiche o aspettare l’autorizzazione del loro capo, la versione cambia a seconda di chi è l’interlocutore, che ogni tanto cambia. Più tardi, qualcuno da Al Hasaka conferma che sono attesi, ma i turchi non riconoscono quell’autorità e li lasciano lì altre due ore. Infine, passano, non si sa bene il perché.
VOID
Gerard sale le scale. Si divide dagli altri. Entra in una stanza. Ci sono due bambini, terrorizzati. Lui cerca di tranquillizzarli, prova il francese e l’inglese, ma non lo capiscono. Li accarezza. Li abbraccia. Tremano in un modo che faceva male al corpo. Poi striscia alla finestra. Spara, più per provare che altro. Non si aspettava un rinculo così forte, quasi cade per terra. Si fa anche male alla spalla. Non sembra molto portato. Aspetta un po’, poi posa l’arma. Evidentemente quelli di Daesh stanno aspettando. Lui farà lo stesso. Sbircia fuori, sembra apparentemente tranquillo per qualche minuto. Riprende la sua macchina. Fotografa. Aspetta. I bambini guardano quella macchina non creata per uccidere. Si calmano. Lui li fotografa, poi mette la macchina nel suo zaino con tutte le sue cose. Gliela lascia. Se c’era una debole speranza che la memoria sopravvivesse, era quella. Scende le scale, portandosi i bambini. Trova uno scantinato, li nasconde come può, insieme alle sue cose. Accarezza le loro teste, coperte di polvere. Gli fa un cenno di fare silenzio, qualsiasi cosa accada. Poi torna di sopra.
La morte è un attimo, e non ti accorgi di nulla. Kenny gliel’aveva detto. Riprendono gli spari, stanno coprendo l’entrata degli uomini di Daesh.
Gerard spara, spara, spara finché non gli finiscono le munizioni.
Poco dopo portano fuori due dei suoi, e li finiscono senza esitazioni.
Sono rimasti in due. Il turcomanno esce con le mani alzate, ma non lo risparmiano. Ora è solo.
Decide di chiudere gli occhi e aspettare. Ripensa all’odore dei capelli di Becky. Basterà un istante.
VOID
Al-Hawl non era un campo profughi, era una prigione a cielo aperto dove l'aria stessa sembrava solida. L'odore era una miscela nauseante di plastica bruciata, fogne a cielo aperto e sudore stantio. Tende bianche marchiate UNHCR si estendevano a perdita d'occhio, ingiallite dalla sabbia e dal tempo. Era, come aveva detto Maïténa, l’inferno sulla terra. Un inferno disabitato, ormai, visto che la politica aveva deciso che era troppo pericoloso perché restasse com’era e aveva gradualmente rimescolato tutti in giro per evitare che l’Isis potesse riprendere a fare propaganda tra quelle tende.
Becky camminava a testa bassa, la macchina fotografica nascosta nello zaino. Non aveva la forza di immortalare nulla. Maïténa camminava qualche passo avanti a lei, parlando in un dialetto stretto con una delle guardie curde, allungando qualche banconota stropicciata per comprare cinque minuti di tempo e di silenzio.
Si fermarono davanti a una tenda logora nel Settore 4.
Una ragazza di meno di vent'anni uscì, spostando il telo. Aveva il viso indurito dalla sopravvivenza, gli occhi neri e diffidenti, e un bambino piccolo attaccato alla gonna. Dietro di lei, un ragazzo più grande, magro come uno spettro, la osservava in silenzio. Non erano loro. Ma come avrebbe potuto trovarli? Avevano un video di dieci anni prima. I bambini della stanza di Aleppo.
Altri due tentativi, a vuoto.
Il curdo si stava innervosendo, diceva che era pericoloso e bisognava lasciar perdere. Erano stati catturati dall’Isis, chissà quante volte passati di mano e scambiati. Chissà costretti a superare quali mostruosità.
Becky entra di scatto in una tenda comune. Estrae la foto di Gerard, sperando che qualcuno lo riconosca. Nessuno sembra darle retta.
VOID
Gerard corre lungo il Rodano in bicicletta. Ha dieci anni, respira vita e libertà.
Poco dopo papà lo porta allo stadio. Il Lione accoglie in casa il Marsiglia, che è uno squadrone. Strapperà un 1 – 1, e il gol del pareggio è una gioia incontenibile.
Ha quindici anni quando la mamma gli regala la prima macchina fotografica. Lo portano in vacanza in Camargue e inizia a capire che questa è la cosa che gli piace più al mondo.
Nemmeno il tempo di godersi il suo primo scatto di Saint Marie de la Mer che ha già diciotto anni e inizia a studiare a Parigi. Lavora al bar la sera e dice che si è rotto il cazzo della fotografia e diventerà un dj famoso come David Guetta e farà un sacco di soldi. Non ci proverà mai.
A un corso di fotografia per il cinema conosce Becky. È inglese e quando sorride lo manda in tilt. Vanno a vedere un film ad una retrospettiva su Godard, poi la porta al cinese e la riaccompagna a casa. Lì lei lo bacia per la prima volta.
Poi sono in Cambogia a scattare insieme. Lei dice che studierà il francese ma impara solo poche parole. Lui prepara due margaritas mentre intona Rocket Man passata in radio in quel momento.
Poi sono a Kobane a guardare le stelle insieme.
Poi sono ad Aleppo mentre il vento brucia su di loro.
Poi osserva il suo stesso corpo la cui vita è finita in un palazzo distrutto di periferia quando Dio si è dimenticato di Aleppo.
VOID
È ora di andarsene. Becky deve arrendersi. Ci vorrebbe un miracolo, ma da queste parti non ne avvengono molti. Un uomo viene loro incontro. Dice che può dare loro quello che cercano. Vuole denaro. È tardi, quasi il tramonto. Bisogna andare via. È una fregatura, è inutile.
Becky sa che se non farà l’ultimo tentativo resterà sempre con quel pensiero.
Vengono portati in un lato esterno del campo, dove meno di una tenda su dieci è occupata. Una ragazza esce. Un fantasma di una ragazza. È gravida, si muove a fatica, un ragazzo la accompagna, non sembra il marito. Forse il fratello?
Maïténa parla piano in arabo. La ragazza ascolta, poi sposta lo sguardo su Becky. I suoi occhi si fermano sui capelli chiari, sui tratti occidentali.
- Tu sei la donna del fotografo -
Becky sente le ginocchia cedere. Annuisce.
- Sì. Sono io. Lui... lui vi ha dato una cosa. -
La ragazza la guarda per un lungo istante.
- Gli uomini neri sono entrati. Hanno sparato. Noi siamo rimasti sotto il pavimento per tre giorni. Senza acqua. -
Le parole erano pugnalate: fredde e asettiche. La cronaca pura della sopravvivenza.
Entrano. Lei tira fuori uno straccio con dentro una macchina fotografica senza obiettivo ridotta ormai a un fossile tecnologico inservibile.
Riprende a parlare in arabo, Maïténa traduce.
- Era una reliquia dell’uomo che ci aveva salvato. Abbiamo dovuto buttare via tutto. Alla fine, abbiamo salvato solo questa. L'Isis considerava le fotocamere occidentali strumenti di spionaggio e la fotografia di esseri umani haram. L’ho messa dento i panni sporchi di sangue ed escrementi, così non l’avrebbero toccata. È najasa per loro, non possono toccare quelle cose. Quando siamo finiti qui l’ho messa sotto la terra, finché non sono andati via. Il resto è perso. –
Becky fatica a parlare, ma a voce rotta sibila qualcosa.
- Perché hai tenuto il suo zaino per tutto questo tempo? Qui dentro... vi avrebbero uccisi se lo avessero trovato. –
- Lui ha sparato per noi. È stato l'unico uomo a non farci del male. –
Becky trema. Estrae dalla macchina la scheda SD, poi inizia a piangere, lì, in mezzo alla polvere di Al-Hawl. Piange per Gerard, piange per la giovinezza rubata a quei due ragazzi, piange per sé stessa. Maïténa le mette una mano sulla spalla. Infine, Becky porge il relitto della macchina in mano alla ragazza. Lei inizialmente la rifiuta, poi Becky insiste e gliela lascia.
- Possiamo aiutarvi? Possiamo farvi uscire di qui? -
La ragazza scuote la testa.
- Non si esce da Al-Hawl. Ma racconta la nostra storia. Digli che siamo ancora vivi. –
VOID
Gerard fluttua nell’aria. Segue Becky mentre torna in Europa la prima volta. È con lei mentre prende il thè con sua sorella e scopre di essere incinta. Sorride quando scopre che il nascituro avrà il suo nome. Vola a vedere dov’è sepolto. Non è andato al suo funerale, la curiosità rischiava di spingere a giudizi sbagliati. Ha preferito godersi una delle spiagge del cielo con il suo vecchio amico Kenny. Ha visitato alcuni dei posti che non era riuscito a vedere in vita ed è tornato in alcuni che gli mancavano, e piano piano ha cominciato a sentirsi sempre più leggero. Si è commosso un’ultima volta quando è nato suo figlio. Ci sono cose impagabili sia per i vivi che per i morti. Ha visto il bambino mettersi in piedi, pronunciare le sillabe ma – ma, iniziare a fare disegni e tifare Celtic. Qualche anima decide di reincarnarsi presto, ma succede perlopiù a quelle degli anziani, lui si prenderà ancora un po’ di tempo. Per fortuna, Kenny gli fa compagnia quando Becky gli manca un po’ troppo.
EXIT THE VOID
Edimburgo, dicembre 2026.
La galleria d'arte nel centro di Edimburgo è calda e illuminata con cura. Fuori, l'aria scozzese taglia la pelle e la nebbia fitta cerca di risalire dal porto di Leith.
Le pareti bianche erano tappezzate di fotografie in bianco e nero. La mostra si intitolava “L’eredità del vento”.
C'è molta gente. Persone del teatro, giornalisti, qualche radical chic che Becky aveva deciso di tollerare, e Matilde. Matilde, con il suo taglio corto, era bellissima mentre distribuiva calici di vino bianco e sorrideva ai critici. Era la sua roccia, e lo era stata anche al suo ritorno dalla Siria.
Matilde era rimasta contenta del festival. Aveva accettato di togliere qualsiasi finale riferimento al suo femminismo queer dal testo, costretta dal regista, che era finito per diventare in tutto e per tutto una commedia leggera, e come tale aveva avuto successo. E anche quella stronza del Times le aveva dato le cinque stelline a cui anelava. Si sentiva una venduta, ma non tutti possono sempre essere coerenti con se stessi fino alla fine.
In un angolo, il piccolo Gerard, con addosso una sciarpa del Celtic, stava in piedi davanti a una grande stampa. La madre aveva provato in tutti i modi a non fargliela indossare ma non c’era proprio stato verso. In ogni caso alla fine aveva vinto lui, e andava bene così. Nulla avrebbe rovinato a Becky quel giorno.
Il piccolo Gerard stava davanti alla foto e non si muoveva.
Becky si avvicina al figlio e gli mette una mano sulla spalla.
- Ti piace, amore? -
Gerard annuisce.
- Papà era davvero forte. -
La foto che Gerard stava guardando non era una foto di guerra. Era uno degli scatti recuperati dalla scheda della macchina fotografica di Al – Hawl. Ritraeva Becky. Era una foto scattata ad Aleppo, in un raro momento di calma. Becky stava dormendo, il viso sporco, la testa appoggiata a un muro sbrecciato, ma era serena. Era lo scatto di un uomo che amava disperatamente la donna che aveva davanti.
Ma il capolavoro della mostra, quello di cui parlavano tutti, era appeso sulla parete di fondo. Una foto che una ragazzina curda aveva protetto per dieci anni da tutto l’orrore del mondo.
L'ultimo scatto di Gerard, prima di cedere la macchina.
Ritraeva due bambini terrorizzati, rannicchiati in un angolo di una stanza distrutta, illuminati da un fascio di luce cruda che tagliava la polvere. Era una foto perfetta. Luce cruda, regola dei terzi, ma nessun pietismo da scalo aeroportuale. C'era solo la verità spietata della paura, e l'istinto puro di protezione.
- È la foto più bella che abbia mai visto. –
Sente Becky da una voce con un forte accento dell'est.
Si volta. Maïténa aveva un bicchiere di vino in mano e un sorriso amaro.
- Non l'ha fatta un reporter, l'ha fatta un essere umano. –
- Abbiamo fatto bene a provarci. –
- Sì. Abbiamo fatto bene. –
- Riusciamo a portare qua quei due ragazzi? –
- Sto ancora lavorando per fargli avere due permessi umanitari. L’iter è lungo, è difficile, lo sai, ma non demordo. -
Becky beve un sorso di vino. Per la prima volta dopo dieci anni, non si sente in colpa. Non sente più il peso delle rovine sulle spalle. Il cerchio si è chiuso. Aveva restituito a Gerard la sua voce, e aveva dato a suo figlio un padre da guardare negli occhi.
Sopra di loro, invisibili a tutti, seduti comodamente sulle travi in acciaio della galleria d'arte, il vecchio Gerard e Kenny dondolavano le gambe nel vuoto.
Gerard teneva in mano una bottiglia di birra scura, Kenny un bicchiere di vino cileno che chissà come aveva contrabbandato.
- Te l'avevo detto che era speciale, la tua Becky –
- Lo è sempre stata. La amo ancora. –
Gerard si perde guardando giù verso la donna che ama, e verso il bambino con i suoi stessi capelli ricci che continuava a fissare la fotografia.
- Però ammettilo. La mia composizione della luce era migliore. -
Gerard sorride, di un sorriso sincero.
- Fottiti, Kenny. Hai una paglia? –
- In galleria non si fuma, monsieur. -
Gerard alza la bottiglia di birra. Calice contro a boccale, brindano.
Bevono in silenzio, mentre giù, nel mondo dei vivi, Becky stringe la mano di Matilde, e il figlio Gerard continua a guardare, finalmente in pace, l'eredità di suo padre. E per la prima volta, a Edimburgo, la nebbia si alza.



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